
Testi di Yuri Basilicò e Federico Biguzzi | Fotografie di Sara Furlanetto | Video di Riccardo Ferri
Un viaggio a cavallo in Kyrgyzstan è quanto di più vicino alla libertà assoluta abbiamo mai assaporato. Paesaggi sterminati, silenzi imperturbabili e quella sensazione di pulizia interiore che solo la steppa e il deserto sanno regalare. Galoppare negli altipiani è una delle esperienze sensoriali più emozionanti che si possano avere. La brezza sul volto, il battito cardiaco del cavallo che pulsa a contatto con le tue gambe, lo schiocco dei suoi zoccoli sul suolo, come una scossa continua: nulla di meglio per connettersi con l’identità kirghisa, fiera e vitale. Per noi di Va’ Sentiero, abituati a camminare, esplorare questo angolo di Asia Centrale in sella è stata un’avventura - una sfida, e una rivelazione.
Grazie all’invito della Cat Travel Agency, abbiamo trascorso un mese esplorando il Paese attraverso tre diversi itinerari. In questo articolo vi raccontiamo la prima parte del viaggio: una settimana a cavallo tra le rive del lago alpino Song Kol e il caravanserraglio di Tash Rabat, ai piedi dei monti del Tien Shan.
Il Kyrgyzstan è grande circa due terzi dell’Italia ed è un paese montuoso per definizione: la quota media supera i 2.700 metri. Ex repubblica sovietica incuneata tra Cina, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan, conserva un’anima nomade radicata.
Qui il cavallo non è un hobby, è un pilastro della vita quotidiana. Molte famiglie trascorrono l’estate nei jailoo (i pascoli d’alta quota), mantenendo vive tradizioni secolari che sembrano ignorare il passare del tempo. La lingua ufficiale è il kirghiso, di origine turca ma scritto in alfabeto cirillico; il russo è ancora molto diffuso, mentre l’inglese resta una rarità fuori dai centri urbani.
Prima di montare in sella, eccoti alcune informazioni logistiche essenziali per organizzare il viaggio.


Ci svegliamo sulle rive del lago Song Kol, sospeso a oltre 3.000 metri in un’atmosfera quasi irreale. Dopo una colazione abbondante, montiamo finalmente a cavallo. Presa confidenza coi ronzini, ci dedichiamo al paesaggio: chilometri di steppa ondulata privi di qualsiasi interruzione verticale, salvo le montagne innevate sullo sfondo. La sensazione di vastità è ineffabile, sconosciuta.
Avvistiamo qua e là i primi yak, bovidi dal pelo lungo e dalle corna ampie; poi affrontiamo a piedi la discesa di una gola calcarea, troppo ripida per essere affrontata in sella. Tra gli abeti del Tien Shan raggiungiamo il campo di Koshon Kunush, dove le famiglie di pastori ci accolgono nelle loro yurte, tende circolari rivestite di feltro, scaldate con piccole stufe alimentate a sterco essiccato di cavallo o di vacca. La cupola centrale della yurta, il tunduk, fa capolina nella bandiera nazionale.
Il Song Kol è la più grande riserva naturale d’acqua dolce del Kyrgyzstan, nonché il terzo lago per estensione dopo il profondo bacino artificiale di Toktogul, a ovest, e lo smisurato lago salato di Issyk-Kul, a est. A 35 anni dallo scioglimento dell’URSS, l’acqua dolce rappresenta oggi una risorsa geopolitica cruciale: senza grandi asset come gas o minerali, l’abbondanza idrica per l’irrigazione è lo strumento principale nelle relazioni politiche della giovane nazione kirghisa con i paesi confinanti.

Scendiamo lungo la valle di Kurtka, dapprima stretta e incisa dal torrente, poi sempre più ampia e felice. Il paesaggio si addolcisce, con vegetazione a tratti mediterranea e le prime coltivazioni: incontriamo i primi alberi da frutta. Un tempo si coltivava anche l’uva, prima che la campagna antialcolica sovietica ne limitasse drasticamente la produzione.
Pranziamo all’ombra dei pioppi, lungo il corso d’acqua. Dopo diversi chilometri, abbandoniamo la carrareccia e attraversiamo colline aride e profumate di timo selvatico, tra continui saliscendi e piccoli guadi, fino a raggiungere il villaggio agricolo di Jangy Talap, circondato da campi e alberi da frutta. Vicino al villaggio scopriamo un antico cimitero musulmano dalle tombe cubiche, le cupole coronate dalle mezzelune.
Una valle fertile e lunga come quella di Kurtka offre uno spaccato della campagna kirghisa. In sella a un cavallo si gode appieno dei grandi ed eterogenei appezzamenti coltivati che in primavera risplendono dei tanti colori del maggese asiatico. In queste valli si trovano manufatti archeologici di ogni epoca: dai monoliti antropomorfi ai kurgan (tombe di guerrieri sepolti con i propri cavalli). Una vera caccia al tesoro tra i colori della primavera.

Una delle tappe più lunghe - spettacolari. Superiamo con un lungo ponte di ferro il fiume Naryn, il più importante del paese, e il villaggio di Ak-Tal, accolti dalla curiosità dei bambini per strada.
Entriamo poi in una gola arida e selvaggia, segnata da un ruscello di acqua incredibilmente rossastra, che si apre in una vallata sterminata. L’unica traccia umana è talvolta una vecchia bottiglia di vodka conficcata nel terreno. A metà giornata, troviamo riparo in una piccola isola di alberi, unica fonte d’ombra nel raggio di chilometri. Continuiamo seguendo il fondovalle, circondati da montagne glabre che col sole del pomeriggio si accendono, fino ad arrivare a una piccolo boschetto lungo il ruscello, un luogo ameno dove montiamo il campo per la notte. Se il cielo è sereno, la stellata è clamorosa.
Che sia a piedi o a cavallo, già in primavera viaggiare per il Kyrgyzstan può rivelarsi una sfida più ardua del previsto: gli alberi coprono solo il 4% della superficie del Paese e trovare ombra non è affatto banale, quando il sole picchia.
In soccorso al viaggiatore giunge però la saggezza del pastore kirghiso, che nei secoli, dove il terreno lo rende possibile, ha disseminato strategicamente il paesaggio di piccole e sparute macchie di alberi: sostare e riposare nell’ombra di questi scrigni di frescura (spesso gruppi di alti pioppi secolari) è uno dei doni più belli dell'esplorazione kirghisa.

Seguendo una vecchia pista, raggiungiamo in salita un primo passo panoramico. Da lì seguiamo una traccia minuta e ci inoltriamo in una stretta gola, dall’aspetto decisamente alpino, via via più ripida, che mette alla prova il ronzino e noi con lui - in alcuni passaggi, dobbiamo fare attenzione a che l’animale non ci schiacci col suo peso sulle paretine laterali.
Salendo, il paesaggio si riapre, tra prati tempestati di fiori e cespugli spinosi, fino a raggiungere il passo superiore, affacciato su lande glabre e un imponente massiccio roccioso a dominarle. La lunga discesa conduce all’accampamento di Ortos Ort, riconoscibile per un vecchio vagone sovietico trasformato in riparo. L’ospitalità dei pastori e delle loro famiglie, come sempre, ci scalda il cuore.
Non aspettatevi purosangue eleganti: il cavallo kirghiso è robusto, con un baricentro basso (il garrese raramente supera 1.4 m) perfetto per i sentieri scoscesi, e una resistenza fisica fuori dal comune. “Le ali dell’uomo”, recita un detto locale.
Il legame che lega questo animale al popolo kirghiso, nomade per la maggior parte della sua storia, è infatti ancestrale. Nel mondo di oggi, soltanto la tradizione equestre mongola rivaleggia con quella kirghisa. La sua trasmissione è un pilastro della ricostruzione dell'identità nazionale dopo i decenni di egemonia culturale sovietica.

Riprendiamo la cavalcata in dolce saliscendi, fino a superare le ultime alture. Attraversiamo la valle del fiume Kara-Koyun, superando anche la strada (la prima asfaltata, dalla partenza) che conduce al confine cinese. Il pranzo è veloce e senza ombra. Entriamo poi nella valle di Tash Rabat, incorniciata da pareti di calcare rosato, dall’aspetto severo e quasi dolomitico - il passaggio è magnetico. Ogni tanto un grifone volteggia pigro sulle nostre teste, lasciandosi ammirare. Il loro volo è solenne, le ali immobili: possono andare avanti per ore, senza sbatterle, muovendo appena le dita delle ali per aggiustare la traiettoria, mentre cavalcano il vento.
L’arrivo al caravanserraglio di Tash Rabat, costruito interamente in pietra, è uno dei momenti più suggestivi del nostro viaggio. Nei dintorni sorgono campi yurte turistici, alcuni dotati persino di sauna, dove è bello scaldarci e lavarci della polvere accumulata.
Tash Rabat è il sito archeologico più famoso del Kyrgyzstan, eppure la sua origine è ancora un mistero. Costruita a 3.200 m, appare come una piccola fortezza scenicamente collocata ai piedi della catena di At-Bashi.
Di che si tratta? Secondo una teoria, si tratta di un caravanserraglio destinato ad accogliere le carovane in transito lungo la Via della Seta; per un’altra, di un tempio - ma qui il mistero si complica: cristiano, buddista o musulmano? Ai posteri l’ardua sentenza.

Da Tash Rabat abbiamo la possibilità di proseguire fino al lago Chatyr Kol, vicino al confine cinese. Risaliamo la vallata seguendo il corso del torrente, affrontando diversi guadi non banali, fino a iniziare a prendere quota, dapprima seguendo dei lunghi mezzacosta. L’ultima rampa, tra sfasciumi, sale gradualmente fino ai 4.025 metri del Panda Pass. L’altitudine e l’ossigeno rarefatto si fanno sentire, ma la vista sul lago e sulle montagne circostanti ripaga ogni sforzo. Scendiamo tra torbiere e formazioni calcaree spettacolari, fino a piantare la tenda accanto a un altro improbabile vagone sovietico, perso nel nulla.
Sulle sponde deserte del grande lago, il silenzio ovattato ci regala lo spazio mentale per ripensare a tutti i paesaggi, i volti, i modi di stare al mondo che abbiamo scoperto in questa prima manciata di giorni in Kyrgyzstan.
Dai 4.025 m del Panda Pass lo sguardo abbraccia il grande lago di Chatyr-Kol e, appena più sù, l’imponente catena del Kashkaal Too, che segna il confine con lo stato cinese, grande 50 volte il Kyrgyzstan. I rapporti tra le due nazioni sono oggi molto pacifici, ma per visitare l’area (ad esempio il lago alpino di Köl-Suu, una delle più belle gemme kirghise) è necessario passare un doppio controllo doganale ed essere provvisti di un permesso speciale: la sorveglianza è un elemento cui fare il callo considerata la presenza di tanti lavoratori uiguri, particolarmente invisi al governo centrale cinese, ma ancora essenziali per il trasporto di merci preziose in uscita e in entrata dal Gigante Asiatico, principale partner commerciale del Kyrgyzstan.

Per organizzare al meglio la tua esperienza a cavallo, dalla logistica ai permessi, dalle guide all’itinerario, ti consigliamo di rivolgerti all’agenzia di viaggi CAT Company, che ha organizzato il nostro viaggio e gode di un’esperienza pluridecennale, nonché di contatti in tutto il paese.
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Se vuoi approfondire, scrivi una mail a travel@cat.kg (per Nura Kadyr e Aiana Ruslan) indicando di aver scoperto il viaggio grazie a Va' Sentiero ;)
Nei prossimi articoli racconteremo gli altri itinerari percorsi fatti in Kyrgyzstan, a piedi lungo le grandi montagne del Tien Shan.
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