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Tappa

340

Perdasdefogu > Sant'Antonio di Jerzu

Lunghezza
19.1
Km
Difficoltà*
E
Dislivello*
+
441
m
-
304
m
*Cosa vuol dire?

Il simbolo + indica il dislivello positivo (cioè in salita) complessivo della tappa; il simbolo - quello negativo (cioè in discesa).

* Cosa vuol dire?Scarica la traccia GPX
66583756
Punto di partenza
Punto d'arrivo
Punto acqua
Struttura ricettiva
Punto interesse

Tappa di media lunghezza e dislivelli contenuti, che nella prima metà si sviluppa parallelamente alla strada provinciale. Ci avviciniamo ai meravigliosi Tacchi d'Ogliastra.

Note particolari

Tappa da evitare nei mesi centrali estivi.

Punti acqua assenti dal terzo km in poi, portarne ampia scorta.

Lungo la via si incontrano alcuni cancelli di filo spinato o ferro, che occorre aprire (e richiudere sempre!).

Bellezza
periodo
Marzo - Novembre
PERCORRIBILITà
INTERESSE
RAGGIUNGIBILITà
PERCORSO

Lasciamo Perdasdefogu su strada asfaltata, per prendere presto una sterrata che prosegue in dolce saliscendi verso est. Giunti nei pressi di un ovile, scendiamo (150 m D- ca.) dapprima dolcemente, verso sinistra, lungo una sterrata, fino a raggiungere una radura con un sito archeologico e tre pinnettos restaurati (che in caso di emergenza possono essere usati come ripari o bivacchi), con bella vista sulla vallata sottostante; da lì, continuiamo su sentiero in pendenza un poco più marcata, fino a raggiungere il fondovalle e attraversare così un piccolo torrente, nei pressi del quale dobbiamo varcare un piccolo cancello da bestiame.
Riprendiamo quota (150 m D+ ca.) fino a costeggiare la strada provinciale, attraversando un parco eolico lungo una sterrata utilizzata per la manutenzione delle grandi pale, sotto le quali passiamo. Dopo circa 3 km, all’altezza del Monte Codi (sulla nostra destra, caratterizzato dalla presenza di un radar), svoltiamo verso nord, sempre rimanendo a lato della provinciale; dopo un poco, incrociamo un monumento di Maria Lai, "La cattura dell'ala del vento", dedicato alle fonti di energia rinnovabili (un grande parallelepipedo in cui fuoriescono i volti dei venti, ispirati alle divinità degli indiani d'america). Continuiamo così, in dolce saliscendi, per diversi km; poi prendiamo un sentiero in leggera discesa sulla destra; guadato un piccolo torrente, passiamo su sterrata e prendiamo a circumnavigare la montagnola Pitzu Sant’Antonio, per giungere infine alla bella frazione Sant'Antonio di Jerzu.

COSA SAPERE

Nella notte dei defunti in Sardegna si pratica il rito millenario di is animeddas - la festa delle anime. Alcuni fanno risalire questa tradizione (che ricorda la ormai più celebre festa anglosassone di Halloween) al periodo preistorico.

Tradizione vuole che in questo giorno dell’anno le porte del purgatorio vengano aperte e che le anime dei vivi possano entrare in contatto e comunicare con quelle dei morti. Le janas sono gli spiriti che si pongono come intermediari tra i due mondi. Ogni paese è caratterizzato da nomi e tradizione diverse, ma comune è la presenza della questua dei bambini - vestiti di stracci - che girano il paese recitando filastrocche e chiedendo doni per le anime: caramelle, cioccolatini, biscotti e frutta.

Anche la celebre scrittrice Grazia Deledda racconta di questa tradizione e in particolare dei "dolci di uva passa, mandorle, noci e nocciole, riunite da una specie di poltiglia impastata con sapa".

Nella vicina zona di Gairo e Ulassai si tiene uno dei tanti carnevali sardi: Su Maimulu.

Tradizionalmente ha inizio il 17 gennaio. Alcuni fanno risalire l'origine del nome a Maimone, una antica divinità fenicia della pioggia divenuta nel tempo (con l'avvento del cristianesimo) una sorta di spauracchio, un essere demoniaco - ma le interpretazioni sono tante e discordi. Certo è che oggi Su Maimulu significa maschera.

S'urtzu ballabeni e is omadoris, sono la classica coppia del carnevale sardo dove una figura demoniaca a rappresentazione della natura selvaggia (s'urtzu ballabeni) viene tenuta a bada e uccisa da is omadoris S'urtzu ballabeni, si può tradurre in "orco balla bene", che viene costretto a danzare facendo così suonare i campanacci che tiene sulla schiena, in un'atmosfera surreale. La morte de s'urtzu ballabeni significa la fine dell'inverno e ne segue la rinascita di s'urtzu, per un nuovo ciclo delle stagioni.

La tradizione vuole che tutta la comunità debba partecipare alla festa: vi era una figura chiamata marti perra (un enorme gatto selvatico) che andava a cercare chi lavorava il giorno di martedì grasso - l’usanza negli è anni è stata dimenticata, ma prova l'importanza sociale di tale evento.

L'esperienza dal vivo del carnevale sardo va oltre le molteplici spiegazioni: si intuisce il senso di un mistero profondo che non ha bisogno di essere studiato per essere percepito.

Tra le popolazioni nuragiche, quella degli Iliensi era situata nella Sardegna centro-meridionale, spinta nell'entroterra dall'arrivo dei Cartaginesi.

Leggenda vuole che fossero i discendenti di Troia, nota anche come Ilio, e che fossero il popolo più antico dell'isola. Alcuni archeologi associano agli Iliensi il leggendario popolo degli Shardana, un'antica popolazione marinara resa nota dalle iscrizioni egizie del periodo di Ramses II.

COSA VEDERE

Nella vicina Ulassai sorge la Stazione dell'arte, museo di arte contemporanea in cui sono state raccolte le opere dell'artista ulassese Maria Lai (1919-2013) - autrice dell’opera La cattura dell'ala del vento, scultura che possiamo ammirare durante la tappa verso Sant’Antonio di Jerzu. All'interno dell'ex stazione della ferrovia (dove viaggiava un treno a carbone dotato di cremagliera, funzionante dal 1892 al 1956) sono raccolte le opere della più importante artista sarda (tra le più importanti sul panorama nazionale).

Maria Lai sviluppò il suo senso artistico durante l'infanzia, quando scoprì il disegno. Riuscì a frequentare il Liceo artistico di Roma e l'Accademia di Belle Arti a Venezia; a partire dagli anni '50 cominciò ad avvicinarsi all'arte povera e concettuale. Negli anni successivi ritornò verso la sua terra natia, grazie anche all'incontro con lo scrittore sardo Giuseppe Dessì. In particolare, il legame tra la sua espressione artistica e la Sardegna si espresse attraverso la tradizione della tessitura, che diventò per Maria Lai un modo di rielaborare le sue origini in assoluta libertà compositiva. Questa tensione trovò il suo culmine nell’opera più importante, Legarsi alla montagna, prima opera di arte relazionale: l'artista unì e coinvolse tutta la comunità ulassese nella realizzazione dell'opera attraverso un nastro azzurro: le case del paese furono collegate fisicamente da 27 chilometri di nastro. Un gesto artistico che riuscì a mettere insieme, anche solo per poco tempo, una comunità frammentata e divisa.

I lavori della Lai, che hanno saputo coniugare le tradizioni locali ai codici globali, sono oggi presenti nelle più importanti gallerie d'arte di tutto il mondo.

Per maggiori info su orari e biglietti, si veda il seguente LINK.

Tra i più famosi paesi fantasma della Sardegna c'è sicuramente Gairo Vecchio, uno dei più suggestivi angoli dell'Ogliastra. Il nome (Gairo) fa riferimento alla terra che scorre: il paese fu infatti segnato da numerose frane e smottamenti provocati dai nubifragi che culminarono con l'alluvione del 1951. Il terribile evento spinse la comunità a spostare il centro abitato, che si divise così in tre aree: Gairo Sant'Elena, Gairo Taquisara e Gairo Cardedu.

Il borgo abbandonato è caratterizzato dagli edifici diroccati colorati che, soprattutto nelle giornate di pioggia e nebbia, trasportano il visitatore fuori dal tempo.

Dalle vette calcaree sopra al paese di Ulassai, nella zona di Santa Barbara, scendono imponenti le cascate di Lequarci. La parete verticale e liscia dei classico tacco ogliastrino si fa trampolino per le acque del Rio Lequarci, che dall'altopiano di Baulassa e di Martalaussai, cadono per settanta metri generando uno spettacolo di rara bellezza.

Alle pendici delle cascate, ad abbellire ancor di più il panorama, sorge una chiesetta bizantino-romanica, mentre a valle del fiume sono presenti delle spettacolari piscine. Imperdibili!

COSA MaNGIARE

Tra i numerosi cannonau che è possibile degustare in Sardegna, quello di Jerzu è sicuramente tra i migliori.

Il cannonau, vitigno autoctono simbolo della viticoltura sarda, dà origine a un vino caratterizzato dal colore rosso rubino e dalla struttura decisa. Fino a pochi anni fa si riteneva che il vitigno fosse stato importato dalla penisola iberica nel XV secolo, ma sono stati rinvenuti vinaccioli risalenti al I millennio a.C..

Numerose sono le sottodenominazioni del cannonau DOC - quella di Jerzu, che comprende i comuni ogliastrini di Jerzu, Ulassai, Gairo, Osini, Tertenia e Cardedu, è quella che ne produce la quantità maggiore, nonostante sia la zona più piccola.

DOVE DORMIRE

Agriturismo Rifugio d'Ogliastra, a Sant'Antonio Jerzu. Tel. 320 606 3728

COME ARRIVARE

Punto di partenza raggiungibile in macchina.

Punto di partenza raggiungibile in bus, partendo dalla città di Cagliari.

Qui il LINK per controllare gli orari.

Punto di partenza NON raggiungibile in treno.

“In visita alla Stazione dell'arte, veniamo rapiti dalle opere di Maria Lai, dalle sue mappe di velluto coi misteriosi testi ricamati”

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