
Testi di Yuri Basilicò e Federico Biguzzi | Fotografie di Sara Furlanetto | Video di Riccardo Ferri
L’Ak Suu Traverse è considerata una delle alte vie più impegnative e affascinanti del Kyrgyzstan. Un trekking lungo e fisicamente esigente che attraversa alcune delle aree più remote del Tien Shan orientale, collegando il villaggio di Jyrgalan alla valle di Karakol, passando per valli glaciali, passi che sfiorano i 4.000 metri e paesaggi di forte impronta alpina.
Dopo il viaggio a cavallo da Song Kol a Tash Rabat e il trekking di cinque giorni da Eki Naryn al lago Issyk-Kol, l’Ak Suu Traverse ha rappresentato per noi di Va’ Sentiero la conclusione naturale del mese trascorso in Kyrgyzstan: il percorso più lungo, il più isolato e il più fisicamente impegnativo.
In questo articolo condividiamo informazioni pratiche e utili sull’Ak Suu Traverse, basate sull’esperienza diretta sul campo.
L’Ak Suu Traverse si sviluppa nell’estremo oriente del Kyrgyzstan, nella regione di Issyk-Kol, a pochi chilometri dal confine con il Kazakistan. Il punto di partenza più comune è il villaggio rurale di Jyrgalan, mentre l’arrivo è generalmente collocato nella valle di Karakol, dopo l’attraversamento del Parco Nazionale di Karakol.
Il trekking si sviluppa su:
> 7 giorni di cammino
> circa 90–100 km
> numerosi passi oltre i 3.500 metri
Punto di massima altitudine: Passo Ala-Kol (3.913 m)
Difficoltà: EE - Impegnativo per altitudine e dislivello
N.B. Le difficoltà principali non sono legate a tratti tecnici, ma alla continuità dello sforzo, ai dislivelli accumulati e alla variabilità del terreno.

Prima di metterti in cammino, ecco alcune informazioni logistiche essenziali per organizzare il tuo trekking sull’Ak Suu Traverse

Il trekking inizia dal remoto villaggio di Jyrgalan, a pochi chilometri dal confine con il Kazakistan. Si tratta di un paesino oggi centrale per lo sviluppo economico sostenibile della regione: sorto nel 1932 per lo sfruttamento delle miniere di carbone, oggi Jyrgalan è sempre più un centro nevralgico dell'ecoturismo kirghiso grazie alla variegata offerta di scialpinismo, snowboard, ciaspolate, bici, trekking ed equitazione, nonché di spettacoli folkloristici e laboratori di artigianato tradizionale.
La prima giornata serve per scaldare le gambe: risaliamo dolcemente una valle costeggiando dapprima un torrente impetuoso, per poi costeggiare un ampio pianoro paludoso, molto suggestivo. All’orizzonte compaiono le prime pareti verticali. Alla sera, dal campo di yurte, avvistiamo col binocolo un argali (la pecora di Marco Polo), un ovino selvatico dalle corna spettacolari, purtroppo oggi molto raro.
Rupi solitarie e poco frequentate presso cui rifugiarsi, grandi prede nei pascoli e spazi infiniti per migrazioni e spostamenti stagionali: questi i principali motivi alla base della sorprendente abbondanza di rapaci nei cieli kirghisi.
Oltre al colorato gipeto e a due specie diverse di grifoni (entrambi avvoltoi), il paese vanta altre 25 specie di rapaci, di cui cinque poiane e ben sei aquile. Ogni tanto vale la pena fermarsi e osservare questi uccelli risalire le correnti ascensionali disegnando acrobazie leggiadre: la picchiata improvvisa verso la preda ignara è uno spettacolo raro che il paesaggio kirghiso sa offrire al viaggiatore più paziente.

Una tappa intensa che ci mette subito alla prova con due passi in successione. Il primo valico (Tor Bulak, 3.467 m) richiede una salita intensa, ma corta: godutaci la magnifica vista, ci aspetta un’altrettanto ripida discesa (in caso di pioggia occorre prudenza, perché il fango la rende molto scivolosa). Nel fondovalle successivo troviamo un largo torrente che va guadato, fatto non banale col torrente gonfio: se nei paraggi ci sono dei pastori, si può chiedere loro un “passaggio” col cavallo, diversamente occorre costeggiare il fiume per un paio di chilometri fino a trovare un ponticello. Superato il torrente, si riparte in salita, molto lunga, che porta fino a un vasto altopiano che ci dà il tempo di riprendere fiato. Un ultimo passo, poi la discesa fino ai laghi di Boz Uchuck.
Nel 1991, allo scioglimento del regime sovietico, il Kyrgyzstan approcciava una nuova epoca storica con spirito di rinnovamento e insieme la volontà di riconnettersi al proprio passato. L’anno successivo la giovane nazione adottò una nuova bandiera, raffigurante un grande sole giallo in campo rosso, al cui centro si stagliavano incrociate le 8 fasce di legno flessibile che sostengono la cupola sommitale della yurta.
La yurta è un’abitazione itinerante, una tenda robusta capace di ospitare contemporaneamente tutto il nucleo familiare in sosta nel jailoo (l’alto pascolo). Montabile in poche ore, trasportabile a pezzi sul dorso dei cavalli, viene tradizionalmente rivestita di spessi strati di feltro ovino, impermeabile e isolante. Con l’avanzamento tecnologico anche le yurte oggi vanno evolvendosi, ma mantengono lo stesso stile caratteristico.

Dopo aver esplorato i laghi di Boz Uchuck (molto belli quelli più alti), affrontiamo un primo passo, discendiamo nel fondovalle e attacchiamo la salita del giorno, tutta per tornantini (sul terreno ci sono molte tracce lasciate dalle mandrie, bene assicurarsi di essere su un buon tracciato). Giunti all’alto passo (senza nome), la piramide del Tashtambek Tor Bashi ci appare in tutta la sua imponenza: 4.463 metri, ricoperta di ghiaccio, la cima avvolta dalle nuvole.
In breve scendiamo al campo tendato, in posizione fortunatissima. I campi di yurte lungo l’Ak Suu Traverse non sono quelli dei pastori, ma sono pensati esclusivamente ad uso turistico. Per quanto l’atmosfera sia ben diversa da quelli dei pastori, è bello incontrarvi altri viaggiatori, con cui scambiarsi impressioni e consigli di viaggio.
All’incirca 100 milioni di anni fa, la maggior parte delle terre emerse dell’emisfero australe cominciò a spostarsi verso l’emisfero boreale, in un complesso di movimenti tettonici che portò Africa, Arabia, India e Australia a scontrarsi con l’Eurasia, 50 milioni di anni più tardi, dando così vita alla cintura alpino-himalayana - che, in 15.000 km, unisce il sud della Penisola Iberica con l’Arcipelago della Sunda.
Il territorio kirghiso a quel tempo era già emerso, ma lontanissimo dall’altitudine media attuale, che tocca i 2.988 metri. Attualmente il 65% della superficie del Paese è occupata dalle scoscese catene montuose del Tien Shan (letteralmente, “Montagne Celesti”) e del Pamir-Alai, quel che resta dei grandi lembi di crosta terrestre sollevati dal subcontinente Indiano e poi erosi dagli agenti atmosferici.
Tre settemila, ancora in ascesa, troneggiano il paese come monarchi rocciosi: sono il Khan Tengri (“Signore degli Spiriti”, 7.010 m) e il Jengish Chokusu (“Picco della Vittoria”, 7.439 m, ex Picco Pobeda) nel Tien Shan, e il Picco Ibn Sina (dal nome dell'illustre medico arabo medievale Avicenna, 7.134 m, ex Picco Lenin) nel Pamir.

La successiva discesa, lunga e dolce dopo un primo salto, ci apre le porte della valle di Ak Suu Almaloo, una delle più scenografiche dell’intero itinerario, caratterizzata dalle anse del fiume e i forti contrasti cromatici tra il fondovalle e i ghiacciai superiori. Se il meteo lo consente, al tramonto vale la pena risalire a ritroso il percorso, fino al punto panoramico che domina la valle (20 minuti circa dal campo yurte). Con un piccolo sforzo di immaginazione, vi sentirete ne Il Signore degli Anelli…
La vita del pastore nomade kirghiso dipende dalla gestione simultanea di numerosi capi di bestiame, ma non solo cavalli, anzi! Gli animali più comunemente allevati sono infatti le pecore kurdyuk, o pecore dalla coda grassa, una particolare razza autoctona dell’Asia Centrale e dotata di fondoschiena curiosamente spropositato.Per l’animale questa ‘coda’ svolge in realtà una importante funzione di riserva energetica analoga alle gobbe del cammello, quindi ideale per sopravvivere agli spietati rigori delle stagioni kirghise. L’allevatore, d’altro canto, considera il kuyruk (ovvero il grasso della coda di pecora) una prelibatezza assoluta, ottima per cucinare o insaporire moltissime pietanze tradizionali. Noi lo abbiamo assaggiato in varie salse, anche stagionato a mo’ di lardo di colonnata… consigliato!

La salita del giorno è tosta. Si comincia attraverso un bosco di abeti, fatto molto raro in Kyrgyzstan: gli alberi coprono appena il 4% della superficie nazionale. Si tratta perlopiù di abeti del Tien Shan, dai tronchi possenti e dalle chiome coniche, slanciatissime.
Al passo, il Tashtambek ci saluta un'ultima volta in tutta la sua imponenza. La discesa sembra non finire mai, e gli spazi, come abbiamo ormai imparato, perdono consistenza: ci mettiamo il cuore in pace. Infine giungiamo al villaggio di Altin Arashan, uno sprazzo di civiltà dopo tappe così selvagge. Vi si trovano guesthouse, yurte, corrente elettrica e addirittura delle fonti termali naturali - d’altra parte, Altyn Arashan significa proprio "Sorgente d'Oro". È il posto perfetto per ricaricare le batterie prima dell’ultimo sforzo.
Tra gli animali più iconici eppure meno conosciuti dell’Asia Centrale rientra a pieno titolo l’argali (Ovis ammon), altrimenti detto “pecora di Marco Polo”, in onore al celebre veneziano che per primo lo descrisse agli europei.
Le corna possenti larghe fino a 190 cm, il collo taurino e un corpo massiccio capace di pesare anche 350 kg fanno da millenni dell’argali una preda ambita da cacciatori di ogni sorta.
Se fino al XIX secolo questa grande pecora selvatica era cacciata principalmente dalle classi più povere, per necessità o ragioni rituali, con l’avvento della dominazione russa essa divenne trofeo di caccia delle élite zariste prima e sovietiche poi. Oggi, nonostante lo status di specie protetta, la specie va man mano facendosi ovunque più rara, complice la controversa pratica della caccia al trofeo da parte di facoltosi cacciatori internazionali.

Siamo arrivati alla tappa regina. Ci aspettano 1.300 metri di dislivello positivo per raggiungere il punto più alto del trekking. La salita è ripida e faticosa, specialmente nell’ultimo tratto dove la pendenza è massima e il fondo scosceso, ma la ricompensa è indescrivibile: il Passo Ala-Kol è il punto forse più iconico del trekking: l’apparizione del Lago Ala-Kol, un bacino glaciale dall'azzurro intenso incastonato tra rocce granitiche e ghiacciai sconfinati, cancella la fatica.
La discesa su ghiaione, costeggiando un’imponente cascata e il corso d’acqua che ne discende, ci porta al campo di yurte di Sirota, che sorge in un luogo ameno: le anse del torrente sfociano in piccoli stagni dove è salvifico pucciare i piedi, riflettendo sui paesaggi così diverso che ci siamo lasciati alle spalle.
Salvo qualche sporadico e recentemente introdotto hijab colorato (da non confondersi col ben più diffuso e tradizionale elechek avvolto lassamente intorno al capo delle donne), l’incontro con la religione si fa raramente evidente nelle peregrinazioni attraverso le lande kirghise; eppure, più del 90% della popolazione dichiara di professare qualche tipologia di culto, essenzialmente islamico (la stragrande maggioranza) o ortodosso.
Malgrado le molte pressioni geopolitiche esterne, che spingono per una islamizzazione di stampo più fondamentalista, il Kyrgyzstan mantiene ancora saldamente l’impronta secolarista che lo ha contraddistinto per millenni, mostrandosi tollerante e al contempo vigile nei confronti dello sfaccettato sentimento religioso che va evolvendosi e mutando.


L’ultima giornata è (udite udite!) una lunga e piacevole discesa. Il fondovalle si apre ai nostri occhi e tutto d’un tratto ci sembra di essere nel Grande Nord, in un romanzo di Jack London, tra i ruggenti torrenti glaciali e fitte foreste di un verde intenso.
Entriamo così nel Parco Naturale di Karakol, 38.000 ettari di riserva a tutela di una biodiversità con pochi eguali nel Tien Shan: ci vivono oltre 40 specie di mammiferi, tra cui specie rare e carismatiche come il leopardo delle nevi, il lupo, l’orso.
L’ultimo ponte segna la fine di un’avventura durata 100 km.
Come nel caso delle principali vette del paese (Peak Lenin…), sono tanti i toponimi di derivazione russa che tradiscono il conflitto identitario del Kyrgyzstan col suo recente passato. La capitale Bishkek, per esempio, fino al 1991 si chiamava Frunze (come peraltro testimoniato dalla sigla del suo aeroporto, FR), in onore a un importante figura della Rivoluzione d’Ottobre, nato in città nel 1885; la città orientale Karakol, invece, si chiamava Przhevalsk, in onore del geografo ed esploratore russo morto presso le rive dell’Issyk-Kul in una spedizione del 1888.
Negli ottocento anni che vanno dalle esplorazioni di Marco Polo fino ai giorni nostri, passando per Przhevalsky e compagnia, gli europei hanno tracciato ritratti (a volte fedeli, altre pregiudizievoli) di questa terra asiatica. Per approfondire l’evoluzione del Kyrgyzstan e del contesto circostante, consigliamo tre letture in particolare:
- Buonanotte Signor Lenin (1992), di Tiziano Terzani;
- Il grande gioco: I servizi segreti in Asia centrale (1990), di Peter Hopkirk;- Il cammello battriano: In viaggio lungo la Via della Seta (2002), di Stefano Malatesta.

L’Ak Suu Traverse è un trekking impegnativo, adatto a escursionisti con una buona esperienza in ambiente montano e con capacità di autogestione. Richiede tempo, energie e adattabilità, ma offre alcuni dei paesaggi più spettacolari e potenti del Kyrgyzstan.
Non è soltanto un percorso tecnico, ma un viaggio emotivo dentro la fatica e la bellezza. Se cercate un trekking che vi metta alla prova e vi faccia sentire parte di una natura primordiale, mettete questa Alta Via nella vostra lista dei desideri.
Per organizzare al meglio la tua esperienza a cavallo, dalla logistica ai permessi, dalle guide all’itinerario, ti consigliamo di rivolgerti all’agenzia di viaggi CAT Company, che ha organizzato il nostro viaggio e gode di un’esperienza pluridecennale, nonché di contatti in tutto il paese.
A questo LINK trovi tutti i dettagli della loro offerta per il trekking da Eki Naryn al lago Issyk-Kul. (costi e sconti per gruppi inclusi).
Se vuoi approfondire, scrivi una mail a travel@cat.kg (per Nura Kadyr e Aiana Ruslan) indicando di aver scoperto il viaggio grazie a Va' Sentiero ;)

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