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Tappa

302

Reggio Calabria > Messina - Forte San Jachiddu

Lunghezza
5.9
Km
Difficoltà*
E
Dislivello*
+
377
m
-
81
m
*Cosa vuol dire?

Il simbolo + indica il dislivello positivo (cioè in salita) complessivo della tappa; il simbolo - quello negativo (cioè in discesa).

* Cosa vuol dire?Scarica la traccia GPX
66400130
Punto di partenza
Punto d'arrivo
Punto acqua
Struttura ricettiva
Punto interesse

Dopo aver attraversato lo Stretto, affrontiamo una prima tappa molto corta (per buona parte urbana) e saliamo all'ex Forte di San Jachiddu, un luogo magico che ci regala un magnifico panorama su Messina.

Note particolari

L'accesso al sentiero (dalla strada sterrata) non è facilissimo da individuare ed è molto ripido; in seguito, alcuni tratti sono un po ' invasi dalla vegetazione.

Bellezza
periodo
Tutto l'anno
PERCORRIBILITà
INTERESSE
RAGGIUNGIBILITà
PERCORSO

Sbarcati a Messina, seguiamo il lungomare verso nord, superando (sulla sinistra) la chiesa di Gesù e Maria del Buon Viaggio. Giunti a una rotonda, svoltiamo in Viale Annunziata e prendiamo lentamente a salire (100 m D+ ca.), sempre su marciapiede, attraversando il quartiere Annunziata; quindi prendiamo una stradina minore che va costeggiando il torrente Ciaramita e, dopo nemmeno 1 km, superiamo un cancello (sulla destra vi è una scaletta) e passiamo su strada sterrata, attaccando la seconda parte di salita (200 m D+ ca.).

Si sale per comodi tornanti, con pendenza costante; giunti ad un bivio (il Sentiero Italia prosegue verso destra) teniamo la sinistra per raggiungere la nostra meta. Poco dopo, prendiamo un tracciolino sulla sinistra, che scende ripido; continuiamo in saliscendi, facendoci talora strada tra la vegetazione e i rovi, fino ad attaccare un ultimo tratto in discesa dopo il quale sbuchiamo in una radura erbosa, delimitata dalle querce da sughero. Proseguiamo su sterrata e in brevissimo siamo al magnifico Forte San Jachiddu, ristrutturato grazie alla passione indefessa di padre Mario.

COSA SAPERE

A Messina si incontra il mito di Colapesce.

Tra le tante versioni esistenti (risalenti al XII-XIII secolo) quella più affascinante vuole che il messinese Nicola (da cui Cola), figlio di un pescatore, fosse un formidabile nuotatore (da cui il soprannome Colapesce) e che il re di Sicilia Federico II di Svevia, venuto a conoscenza delle sue prodigiose abilità, volle metterlo alla prova chiedendogli di recuperare una coppa d'oro dai fondali davanti alla città (il premio, pare, sarebbe stata la mano della figlia del re). Ma il giovane non tornò più in superficie: il mito racconta che, una volta sceso nelle profondità marine, Colapesce si sia accorto delle condizioni precarie della colonna di Capo Peloro - una delle tre che secondo la mitologia sorreggono la Sicilia - e abbia deciso di rimanere sott'acqua per tenere a galla l'Isola. Da questa leggenda deriva la diceria secondo cui i terremoti arrivano quando Colapesce cambia la spalla con cui sorregge la colonna.

Tra le tante rielaborazioni contemporanee spicca la versione di Italo Calvino e, recentemente, quella del film Disney Pixar Luca, che pare ispirato a questa leggenda nella stesura del soggetto, ambientato nella Riviera Ligure.

Il porto di Messina rappresenta un porto naturale di estrema importanza per tutto il Mediterraneo già dall’epoca antica, grazie alla sua conformazione e alla posizione.

I Greci chiamarono la città Zancle, ovvero “falce” (per la forma di falce della lingua di terra che la racchiude), nome già usato dai Siculi - secondo una leggenda, a formare il porto fu la falce di Orione, caduta dalle mani di Cronos durante lo scontro dei Titani per liberare la madre Gea dalle grinfie di Urano.

Zancle, colonizzata dai Calcidesi e dai Cumani, fu una delle prime e più importanti città della Magna Grecia, rinominata dai Romani Messis, da cui il nome attuale.

Dal porto di Messina nel 1571 partì un’imponente flotta di 300 navi per andare a combattere nella battaglia di Lepanto; tra le persone imbarcate al porto di Messina, c'era anche il giovane scrittore Cervantes.

Fino al Cinquecento a proteggere il porto c'era un enorme catena che partiva dalla Statua della Madonna (che ancora funge da protezione), fatta togliere da Carlo V dopo l'insubordinazione contro gli Asburgici.

Tra tutte le festività di Messina, la più rappresentativa è la festa della Vara, dove più di cento persone trascinano la statua di Maria Assunta.

La processione, che si svolge il giorno di ferragosto, richiama ogni anno migliaia di fedeli che guardano scivolare l'enorme struttura piramidale su cui è appoggiata la statua: alta più di 13 metri e pesante circa otto tonnellate, è arricchita da numerose statue di angeli, due sfere rotanti che simboleggiano il sole e la luna, e la statua di Cristo che sorregge, infine, quella della Madonna. Due scivoli metallici permettono di far muovere la Vara grazie alle lunghe corde (gomene di ben 230 metri), attraversando la città da Corso Garibaldi fino a Piazza Duomo.

Molte sono le fasi delicate del percorso (la statua è così grande che ha bisogno di manovre precise per non rimanere incastrata) e a seconda della perizia dimostrata nelle curve più strette si possono trarre gli auspici per l'anno a venire. La tradizione della Vara viene fatta risalire al 1535, alla venuta dell'imperatore Carlo V d'Asburgo.

La città di Messina è stata colpita da numerosi terremoti, in particolare quelli del 1783 e del 1908.

Il catastrofico evento sismico di inizio Novecento distrusse tutta la città, insieme a Reggio Calabria, e fece circa centomila morti (per dare un’idea, il terremoto che nel 2016 ha sconvolto il centro Italia ha causato 299 vittime). Al sisma succedettero incendi, esplosioni e un devastante maremoto. La città rimase completamente isolata per via della mancanza dei telegrafi e la notizia arrivò nel resto del paese soltanto nei giorni successivi. A prestare i primi soccorsi alla popolazione messinese furono i marinai della flotta imperiale russa che si trovavano in zona.

La città venne ricostruita soltanto durante il ventennio fascista in un potpourri di stile architettonici che fecero della rinata città un centro di sperimentazione architettonica. Su tutti spicca lo stile liberty, con diversi palazzi realizzati dal famoso architetto Coppedè (Palazzetto Coppedè e Palazzo Magaudda).

COSA VEDERE

Fiore all'occhiello della città è la Basilica Cattedrale Protometropolitana (o Duomo di Messina), posizionata nel centro storico ed elevata a basilica minore nel 1947 da papa Pio XII.

Nonostante i devastanti terremoti e i conseguenti crolli, la struttura originale, risalente probabilmente al XII secolo, ha resistito - i danni più gravi sono stati causati dai bombardamenti della II Guerra Mondiale.

Il gioiello dell'edificio è sicuramente il campanile astronomico, alto 90 metri con una base di dieci metri, che presenta un complesso orologio meccanico realizzato dai fratelli Ungerer di Strasburgo negli anni '30 del Novecento. Ogni mezzogiorno si ripete lo spettacolo del movimento delle statue sul lato rivolto verso la piazza, ricco di rappresentazioni allegoriche come le figure greche per i giorni della settimana, il ruggito del leone e il canto del gallo, il carosello delle quattro fasi della vita - il tutto accompagnato dal suono dell'Ave Maria di Schubert.

Tradizione regionale è l'Opera dei Pupi, il famoso genere siciliano che racconta le epopee cavalleresche medievali e vede la sua nascita nel XIX secolo.

I suggestivi racconti eroici, narrati con le caratteristiche marionette variopinte (i pupi), attirano da sempre grandi e piccini che si identificavano nelle figure stereotipate dei personaggi -il buon Orlando e il cattivo Gano. Una sorta di soap opera ante litteram.

COSA MaNGIARE

La provincia di Messina può vantare una delle più deliziose tradizioni gastronomiche siciliane: la granita.

Quella che è universalmente nota come granita siciliana è in realtà propriamente della provincia di Messina, ed è uno dei migliori modi di fare colazione. I gusti tradizionali sono al caffè o al limone - anche gelsi in stagione - ma se ne trovano di tutti i tipi. Spesso (e volentieri!) accompagnata dalla panna, deve essere rigorosamente mangiata con una enorme brioche caratterizzata dal tuppo (una sorta di cupola), il cui 'impasto è arricchito con un po' di zafferano che gli conferisce un colore giallo splendente.

Piatto della tradizione messinese sono le braciole.

Si tratta di involtini di carne farciti con formaggio (caciocavallo o provolone), pangrattato e prezzemolo. Realizzati con fettine di vitello, vengono cotti sulla brace o sulla piastra.

Altro piatto tipico locale è il falsomagro: una fetta di manzo che viene arrotolata e farcita con carne tritata (mortadella, pancetta, lardo), uova sode e caciocavallo - la ricetta può variare di zona in zona.

Il rotolo, il cui nome è tutto un programma, viene legato e cotto in padella con un soffritto di carota, cipolla e sedano, con l'aggiunta di salsa di pomodoro.

Dolce simbolo della città di Messina è la pignolata, variante di un dolce diffuso in tutto il Sud-Italia (in Campania si chiamano struffoli).

In questo caso, i piccoli gnocchetti pasta fritti non vengono ricoperti dal classico miele ma da una glassa nera al cacao e da una glassa bianca aromatizzata al limone, donando al dolce il caratteristico colore bianconero. Tipici del periodo di Carnevale, sono ormai presenti in tutto l’anno - anche sulla sponda calabra, dove esiste la versione aromatizzata al bergamotto o al cedro.

Probabilmente il dolce è legato al periodo spagnolo, rimedio della cucina povera per i giorni di festa.

La focaccia messinese è lo street food cittadino, farcita con scarola, pomodoro a pezzettini, tuma (formaggio di capra) e alici. Nata a metà del Novecento, è una ricetta di recupero che negli anni è divenuta simbolo cittadino. Viene realizzata in grandi teglie rettangolari con un impasto alto e soffice.

Gli stessi ingredienti della focaccia (acciughe, tuma, pomodoro e scarola) si ritrovano nel pitone, un rustico classico della rosticceria messinese, sorta di calzone farcito, tradizionalmente fritto. Alcuni fanno risalire il suo nome ai Greci per via della somiglianza con il famoso pane pita, mentre altri lo fanno derivare dal termine dialettale di piede, che si avvicina alla versione classica italiana di calzone.

DOVE DORMIRE

Forte San Jachiddu, a Messina (il forte è un luogo pubblico, non adibito alla ricettività; è comunque possibile sostarvi, chiedendo il permesso a padre Mario, a patto di avere un materassino e un sacco a pelo). Tel. 349 802 1849

COME ARRIVARE

Punto di partenza raggiungibile in macchina.

Punto di partenza raggiungibile in bus.

Qui il LINK per controllare gli orari.

Punto di partenza raggiungibile in treno.

Qui il LINK per controllare gli orari.

“A San Jachiddu veniamo accolti da Mario, l’anziano missionario che ha ridato vita al forte abbandonato”

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