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Tappa

252

Valico di Chiunzi > Rifugio San Michele

Lunghezza
18.2
Km
Difficoltà*
E
Dislivello*
+
1415
m
-
832
m
*Cosa vuol dire?

Il simbolo + indica il dislivello positivo (cioè in salita) complessivo della tappa; il simbolo - quello negativo (cioè in discesa).

* Cosa vuol dire?Scarica la traccia GPX
65528512
Punto di partenza
Punto d'arrivo
Punto acqua
Struttura ricettiva
Punto interesse

Tappa di media lunghezza e intensità, di buoni dislivelli ma allietata dalla presenza dei boschi.

Si inizia e si finisce con due belle salite; per buona parte della giornata, siamo accompagnati dalla vista sul Golfo di Napoli e sul Vesuvio.

Note particolari

In alcuni passaggi aiutarsi con le mani; si tratta comunque di momenti facili, mai esposti.

Unico punto acqua a circa metà tappa (con una piccola deviazione): portarne buona scorta.

Bellezza
periodo
Tutto l'anno
PERCORRIBILITà
INTERESSE
Paesaggistico
RAGGIUNGIBILITà
Paesaggistico
PERCORSO

Dal Valico di Chiunzi prendiamo una stradina in salita (chiusa da un cancello, solitamente è aperto) al parcheggio del ristorante abbandonato posto sotto un’antica torre; da lì, risaliamo (200 m D- ca.) per sentiero lungo un crinale nel fitto bosco di castagni cedui, per poi discendere in breve a una sella e attaccare un tratto in traverso che ci conduce al passo detto Tuoro di Stellante. Iniziamo nuovamente a salire (400 m D+ ca.) e, dalla parete rocciosa di Vena Scalandrone, la pendenza aumenta sensibilmente: dobbiamo talvolta aiutarci con le mani fino a guadagnare la cima di Monte Cerreto (1.313 m), dove possiamo approfittare di un rustico bivacco con ottima vista sulle cime della tappa precedente, il paese di Tramonti coi suoi terrazzamenti, il Vesuvio e a sud la bellissima Valle delle Ferriere.

Prendiamo a scendere (400 m D- ca.) su largo sentiero, per diversi km; giunti alla spalla settentrionale del Monte Candelitto, i più stanchi possono prendere il comodo sentiero che conduce al Rifugio di Santa Maria ai Monti, molto carino, dove è possibile spezzare la tappa; viceversa, continuiamo in falsopiano, immettendoci presto in una carrozzabile a mezzacosta fino a raggiungere un quadrivio di sentieri (diversi cartelli); svoltiamo a destra e, dopo circa 600 m, troviamo sulla destra le indicazioni per la fonte San Giuliano, utile per fare rifornimento d'acqua.

Proseguiamo in mezzo al bosco, passando sopra il traforo della statale per Agerola; dopodichè, abbandoniamo la carrozzabile e torniamo su sentiero ben evidente e cominciamo l'ultima salita (300 m D+ ca.), un po' nel bosco e un po' scoperta (ma comunque esposta a nord, quindi non particolarmente assolata), che ci fa passare sotto le belle pareti dei monti Molare (1.444 m) e Canino (1.426 m); con un ultimo strappo guadagniamo il colle delle Scorchie (dove c'è anche una fonte), dove troviamo una strada asfaltata discendendo la quale arriviamo in brevissimo tempo al rifugio San Michele.

COSA SAPERE

In cima al Monte Faito è situato il santuario di San Michele Arcangelo, la cui fondazione è legata ai santi Catello e Antonino.

Le biografie dei santi sono molto incerte. Secondo la tradizione popolare San Catello è vissuto nel VI secolo e fu vescovo di Stabia. In un periodo di profonda instabilità legata alla guerra tra i bizantini e i longobardi, molti erano i migranti che scappavano dalla violenta invasione barbara e, da vescovo, Catello diede protezione ai fuggitivi trovando loro rifugio sui Monti Lattari insieme ai cittadini di Stabia. Per questo motivo San Catello viene ricordato come il protettore dei forestieri.

Tra chi scappava c'era anche Sant'Antonino, un monaco benedettino che subito strinse una profonda amicizia con il vescovo di Stabia. I due si ritirarono in vita eremitica in una grotta che oggi porta il nome di San Catello. Durante questo periodo ai due apparve in visione l'arcangelo Michele e sulla cima del monte Molare cominciò ad ardere una luce. I due decisero così di costruirvi un tempio in onore dell'arcangelo, laddove un tempo sorgeva un tempio pagano.

Leggenda vuole che, dopo questo avvenimento, San Catello fu arrestato per stregoneria e condotto a Roma, dove, dopo varie vicissitudini, riuscì a convincere il papa a dargli del piombo per l'oratorio del Molare. Alcuni sostengono che Catello fu richiamato a Roma da papa Pelagio II per risolvere questioni amministrative e che la venerazione locale di San Michele sia una scelta strategica per tenere a bada i Longobardi che, non ancora convertiti al cristianesimo, riconoscevano però la figura dell'arcangelo. Tornato da Roma Catello si impegnò nella costruzione del tempio mentre Antonino divenne abate del monastero benedettino di Sorrento.

Nei secoli il santuario di San Michele Arcangelo divenne uno dei più importanti d'Europa. Catello continuò ad essere venerato come un santo a Stabia e in tutta l'area del Agro Nocerino-Sarnese; numerosi furono i miracoli attribuitegli: la salvezza dei gesuiti nell'alluvione del 1623 e quella degli abitanti di Castellammare del 1764; all’inizio del XX secolo la sua icona fermò miracolasamente la pioggia di cenere dopo l'eruzione del Vesuvio; durante la seconda guerra mondiale, memori del miracolo durante l'eruzione, due epigrafi furono realizzate dal cantiere navale stabiese salvando Castellammare dai bombardamenti.


COSA VEDERE

Non distante dal santuario, a Pimonte, è visitabile la grotta di San Catello.

Poco più in basso della grotta, dove San Catello e Sant'Antonino videro l'arcangelo Michele, è presente la "ciappa del diavolo": secondo la leggenda è l'impronta lasciata da Satana mentre veniva cacciato dall'arcangelo.


Nella città di Castellammare di Stabia è possibile visitare gli scavi archeologici dell'antica Stabiae, un insediamento romano costellato di ville risalenti al II se. a.C..

L'area fu scoperta nel 1749 con gli scavi voluti da re Carlo di Borbone; dopo l'iniziale entusiasmo il progetto fu lasciato da parte per poi essere ripreso a fine Ottocento con la scoperta di Pompei. Forse per le dimensioni più piccole rispetto alle più famose Pompei ed Ercolano, gli scavi di Stabiae sono stati presi in seria considerazione soltanto con il nuovo millennio.

A colpire sono soprattutto le molte ville, in particolare quella di San Marco, che si è conservata molto bene grazie all'ampio strato di cenere che vi si è depositata nei secoli, e quella di Arianna (chiamata così per una pittura raffigurante Arianna abbandonata da Teseo), la villa d'otium più antica di Stabiae.


Dal comune di Agerola, precisamente dalla frazione di Bomerano, inizia il Sentiero degli dèi. Un percorso di circa dieci chilometri (andata e ritorno) che collega le colline al mare di Positano. Una passeggiata di immensa bellezza su quella che era una mulattiera usata dai pastori per portare il bestiame al pascolo. Uno di questi pastori lo si può ancora trovare: è Antonio, che ha deciso di portare avanti la tradizione di famiglia. Oltre alla vista sul mare si possono ammirare i meravigliosi terrazzamenti pieni di viti.

COSA MaNGIARE

Dolce tipico di Castellammare di Stabia è il biscotto di Castellammare, creato nel 1848 dai Fratelli Giovanni e Francesco Riccardi.

Si tratta di un grande biscotto dalla forma allungata che è possibile trovare lungo tutto il litorale campano insieme ad un'altra specialità dell'area, i tarallini ricoperti di zucchero.


Non distante dal Monte Faito c'è la città di Gragnano da cui proviene la famosa pasta di Gragnano. Si dice tuttavia che i napoletani non vengano da queste parti per la pasta, bensì per il “panuozzo”, un enorme panino allungato realizzato con l'impasto della pizza.

A inventarlo fu Giuseppe Mascolo nel 1984 ed è divenuto un classico cibo di strada locale la cui combinazione perfetta è con sasicc’ è friariell’ (salsiccia e friarielli).


Il comune di Agerola, situato nelle colline del versante amalfitano, è famoso per i suoi prodotti lattiero-caseari. Pare che la tradizione dell'allevamento bovino provenga dai Picentini (quella parte della popolazione picena che fu deportata dai romani in queste zone) e che i Monti Lattari (già Lactaria Montes) debbano il proprio nome alla bontà del latte - nonostante siano un'area scarsa di foraggio.

In epoca moderna si è distinta, per qualità e quantità, una razza autoctona: la Agerolese. Si tratta di un incrocio di varie razze del ceppo podolico che trovò la sua forma finale grazie al generale mercenario Paolo Avitabile che nel 1845 ricevette alcuni capi di razza Jersey, donatigli dagli inglesi per aver sedato delle rivolte in Afghanistan (con metodi estremamente cruenti). Il risultato tra gli incroci di podolica iniziati dai Borboni e quelli della razza inglese Jersey diedero vita alla razza Agerolese, riconosciuta nel 1952.

I prodotti più famosi e pregiati realizzati con le vacche agerolesi sono il Fiordilatte di Agerola e il Provolone del Monaco D.O.P.  


Nei terrazzamenti che costeggiano il Sentiero degli Dei ci sono i vigneti di Marisa Cuomo, una cantina nata negli anni '80 a Furore. I vitigni secolari sono riusciti a sopravvivere alla fillossera grazie al terreno vulcanico - dai muretti a secco si scorgono enormi tronchi di vite, rarissimi in Europa avendo la fillossera distrutto tutti i vitigni più antichi. Il vino più rinomato è sicuramente il Fiorduva, un bianco realizzato con un sapiente blend di vitigni.


DOVE DORMIRE

Rifugio San Michele, poco sotto  il santuario omonimo (occorre prenotare, la struttura non è sempre aperta). Tel. 351 110 3550

COME ARRIVARE

Punto di partenza raggiungibile in macchina.


Punto di partenza raggiungibile in bus, partendo dalla città di Salerno.

Qui il LINK per controllare gli orari.


Punto di partenza NON raggiungibile in treno.


“Un pastore ci saluta e ci invita a bere un bicchiere con lui e la sua famiglia… pare scortese rifiutare”

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